
In una sit-com americana di ormai svariati anni fa, una bambina chiedeva a sua madre come mai rimuovesse la parte esterna del tacchino quando lo infornava per il Ringraziamento. Questa le raccontava che, avendo imparato la ricetta da sua madre, replicava le operazioni che le aveva visto fare fin da piccola. A quel punto allora la protagonista, particolarmente incuriosita, andava dalla nonna per porle la stessa domanda, la quale le spiegava che la teglia del suo forno era troppo piccola per contenere tutto il tacchino, quindi era costretta ad eliminare un po’ del bordo.
Lo sketch può far riflettere su quali siano realmente i problemi che ci vengono posti prima di applicar loro delle soluzioni determinate dalla sola abitudine. Tutti siamo continuamente influenzati dalle nostre abitudini: culturali, sociali, familiari, personali… lo trovo rassicurante e, nella maggior parte dei casi, anche funzionale. Quando siamo abituati a qualcosa o una situazione è “normalizzata”, tendiamo a non metterla più in discussione e la applichiamo senza esitazione. Questo, non solo ci permette di svolgere le attività quotidiane senza programmare da zero ogni giorno come percorrere la strada migliore per andare a lavoro o come preparare la cena in poco tempo, ma anche di accogliere ciò che ci circonda, dandolo quasi per scontato, senza che possa provocarci disturbi eccessivi. Per giungere in questo stato di “abitudine tranquillizzante” è sempre necessario però un atto di apprendimento, come quando impariamo a fare qualcosa, o di normalizzazione, che richiede un po’ di tempo di assimilazione ed accettazione. Nel centro storico di Cuneo, ad esempio, fino a poco più di dieci anni fa, si cercava di rendere pedonale una delle strade principali, dove sono ubicati negozi, ristoranti ed alberghi. Uno dei motivi che ostacolavano questo cambiamento era la preoccupazione che, non potendo più raggiungere le attività commerciali in automobile, l’economia locale ne avrebbe risentito. Durante il periodo di rifacimento del manto stradale in sampietrini, però questa è stata, per forza di cose, chiusa al traffico carrabile e la cittadinanza ha iniziato a fare esperienza dei benefici della pedonalizzazione. In un articolo su La Stampa si racconta dei sondaggi effettuati: “Tutti riconoscono il miglioramento della qualità della vita, la bellezza dell’area che si è anche rivalutata dal punto di vista immobiliare”[1]. Dagli stessi sondaggi emergeva quindi la preferenza della cittadinanza a rendere quella situazione permanente. Qualche mese fa, trovandomi a Cuneo, ho percorso quella che ormai è la passeggiata più frequentata, al centro della quale era stato allestito anche un mercatino natalizio. Le attività commerciali erano aperte ed attive.
Un esempio più recente, che può far riflettere sulla velocità con cui le persone si abituano ai cambiamenti e alle volte tendono a preferirli, è quanto accaduto in occasione dell’allestimento di un set cinematografico a Fiumicino, durante il quale si doveva girare in una piazza di periferia che doveva apparire come degradata e mal frequentata[2]. Il Reparto Scenografia ha quindi contattato dei noti street artists per realizzare un grande murales che facesse da sfondo alle riprese, posizionato sulla facciata di alcuni edifici residenziali popolari e che potesse contribuire ad attribuire la suggestione ricercata dagli autori. Il progetto ha previso la rappresentazione in grande scala di un angelo che brandisce una spada ed il volto di un uomo con la bocca bendata, a simboleggiare come, anche nei luoghi che non godono di fama positiva, vivano delle persone con animo buono, che lottano contro le avversità quotidiane. La realizzazione del murales avrebbe vincolato gli abitanti a convivere con la trasformazione improvvisa della loro piazza, non richiesta o preventivamente condivisa, peraltro volutamente peggiorativa. Nonostante queste premesse, non appena sono state tracciate le prime linee, alcuni degli abitanti si sono dimostrati curiosi e particolarmente entusiasti, tanto da chiedere la non rimozione dell’opera, come sempre è previsto al termine dei set di questo tipo. Quello che era nato come un progetto cinematografico, nel giro di pochi giorni è divenuto un murales partecipato dalla Comunità, che ha iniziato a dare suggerimenti ai realizzatori e a prestarsi come vero e proprio modello: alcuni dettagli del murales riproducono i tatuaggi di uno degli abitanti. Forse complice il fascino del cinema, forse l’iconografia rappresentata nella quale la Comunità locale si è riconosciuta, fatto sta che è stata attivata la richiesta di mantenimento in situ dell’opera, modificando le procedure usate tradizionalmente, che l’ente gestore ha positivamente accolto, soddisfacendo così il desiderio espresso dai ragazzi e dalle ragazze del posto che anche il loro quartiere potesse mostrarsi come molti altri, spesso definiti “gallerie a cielo aperto”.
Il rischio alle volte può quindi essere, oltre al generalizzato timore del cambiamento, quello di impigrirsi, di adagiarsi sulla pratica del “si è sempre fatto così”. Ma ne siamo proprio sicuri? In realtà la nostra memoria è piuttosto breve rispetto alle evoluzioni culturali. Pensiamo ad esempio all’edilizia. L’utilizzo del cemento armato ha origini relativamente brevi rispetto alla tradizione costruttiva, risalendo solo alla seconda metà dell’ottocento; ma all’interno delle facoltà di architettura, così come negli studi di progettazione e tra le ditte di costruzione, le strutture puntuali con pilastri e travi di calcestruzzo armato sono state praticamente le uniche utilizzate per decenni, perché ormai normalizzate nella pratica edile e conosciute tanto dagli ingegneri quanto dagli operai. L’enorme successo di questo materiale è stato inizialmente determinato da questioni pratiche, di necessità ed economiche. Le elevate prestazioni strutturali del cemento e dell’acciaio utilizzati insieme, unite ai costi contenuti impiegando materiali facilmente reperibili ed economici, oltre alla grande versatilità di applicazione, hanno contribuito infatti a far sì che questo divenisse il materiale che più di ogni altro ha modificato l’aspetto delle città in cui abitiamo negli ultimi 100 anni. La rapidità di esecuzione delle opere e la riduzione della manodopera necessaria, favoriva la possibilità di risparmi, andando a costituire, per le imprese, una lavorazione sulla quale c’erano margini di guadagno superiori rispetto a quelle associate da altre tecniche. Queste brevi premesse sono quelle che hanno determinato il fatto che nel secondo dopoguerra il cemento armato sia stato il materiale simbolo di ripresa, che ha permesso la realizzazione di infrastrutture ed abitazioni in tempi brevi, associando così la ricostruzione anche ad una immagine di modernità e progresso (perlomeno quando veniva impiegato da progettisti di alto livello). Il suo generalizzato impiego in edilizia non solo ha spinto i progettisti ad immaginare gli spazi basandosi su questa tecnica costruttiva, ma potrebbe di fatto aver disincentivato le riflessioni su modalità abitative differenti. Si potrebbe quindi affermare che, abituati al cemento per tutto il secolo scorso, al cessare della crisi abitativa, abbiamo continuato ad impiegare indistintamente questo materiale anche nei casi in cui forse non sarebbe stata la scelta migliore, tanto che, dagli anni ’80 in poi, si è iniziato a parlare di “cementificazione”, associando così al materiale anche una connotazione negativa, in particolare riferendosi ad uno sviluppo edilizio incontrollato.
Gli esempi raccontati hanno un elemento che li differenzia notevolmente: la consapevolezza (o meno) delle persone che praticano gli atti abitudinari: se la signora della sit-com può certamente rientrare nell’alveo delle persone inconsapevoli, che perpetuano le abitudini per mancanza di strumenti che le possano mettere in discussione, è significativo riscontrare la sensibilità acquisita spesso dagli abitanti che, magari riluttanti in fase iniziale, una volta sperimentato il cambiamento in questione, prendono in considerazione l’ipotesi di accoglierlo. Caso profondamente diverso quello del mondo accademico che deriva invece da una scelta consapevole. Se da un lato si tende a difendere una scuola di pensiero rassicurante e garantista (se per 100 anni si è applicato lo stesso metodo, perché compiere un azzardo mettendolo in discussione?), dall’altro si rischia di adagiarsi su un atteggiamento consolidato, che potrebbe portare alla riduzione della capacità creativa e di immaginazione di un futuro differente, caratteristiche fondamentali nella progettazione. Ci sono però due discipline edili che sembrano aver invertito questa tendenza consolidata, anche nel mondo accademico: quella della cosiddetta edilizia sostenibile, che promuove strutture in materiali naturali quali legno e terra cruda o sistemi costruttivi del passato ma ancora utilizzati; e quella del restauro, per il quale la compatibilità tra i materiali di nuovo impiego e quelli esistenti è una componente fondamentale[3]. Seppur questi due campi possano sembrare parecchio distanti tra loro, ad accomunarli c’è lo studio, l’analisi e la rielaborazione di tecniche costruttive e pratiche tradizionali, che risalgono a svariati secoli fa e che in molti casi, con alcune accortezze, ben si prestano per risolvere problemi attuali. Anche se non siamo più abituati a fare così, la conoscenza e l’applicazione ragionata dei saperi passati possono essere nostri alleati se avremo il coraggio e la forza di utilizzarli con creatività e non passivamente.
In opposizione ai ‘pigri abitudinari’ ben vengano quindi i ‘creativi innovatori’ che riescono a trovare soluzioni ai problemi contemporanei, spesso perché li guardano con occhi diversi. Se non è sempre risolutivo applicare passivamente soluzioni preconfezionate senza mettere in discussione pratiche o metodi, altrettanto miope sarebbe ignorare la tradizione, il sapere del passato e le buone pratiche che possono insegnarci molto.
Forse questo è ciò che voleva esprimere Franco Purini nel convegno Editoria, cultura, architettura tenuto lo scorso ottobre presso la Casa dell’Architettura di Roma, quando diceva che dovremmo provare a collocare queste ‘cose antiche’ nel nuovo tempo, per vedere come si comportano, o perlomeno, io lo interpreto come un invito al confronto tra tradizione ed innovazione, applicando la conoscenza dell’antico alla risoluzione delle questioni attuali, non passivamente, ma con creatività.
Viola D’Ettore
[1] https://www.lastampa.it/cuneo/2019/03/18/news/il-quartiere-del-centro-storico-di-cuneo-rivalutato-con-via-roma-senza-auto-1.33686963/
[2] Si ringrazia Pietro Satiro per il racconto in prima persona dell’episodio.
[3] La compatibilità implica che i materiali impiegati per il restauro (consolidanti, malte, adesivi, protettivi) non devono recare danno fisico, chimico o estetico ai materiali originali. I materiali nuovi devono avere proprietà compatibili con quelli storici per evitare fenomeni di degrado indotto (es. rotture per stress meccanico o macchie per incompatibilità chimica).
