
Molti di noi si chiedono come le scelte che facciamo ogni giorno necessitino del consumo di risorse, perché quelle del quotidiano sono le abitudini che realmente possono fare la differenza su come ci relazioniamo nei confronti delle altre persone, degli altri esseri viventi e dell’ambiente. Un onnivoro che scelga di diventare vegetariano avrà un impatto positivo sul pianeta molto più grande di un vegetariano che un paio di volte all’anno mangi un hamburger. Questo appare ovvio. Per tale ragione negli ultimi anni ho deciso di provare a modificare alcune piccole abitudini: nel cibo, nella moda o nei prodotti di uso quotidiano, oltre ad interrogarmi su quali altre siano le attività che compio più spesso.
Da grande amante della musica dal vivo, scelgo frequentemente di trascorrere la serata ad un concerto, pur consapevole del fatto che, generalmente, di sostenibile questi abbiano ben poco. Mi è capitato di considerarla una piccola concessione legittima perché è un tipo di iniziativa che difficilmente sembra poter essere resa sostenibile. Bisogna considerare molte variabili: il trasporto degli artisti, delle attrezzature pesanti, dei tecnici e ovviamente dei partecipanti, il consumo di cibo e bevande take away, i rifiuti prodotti, l’inquinamento acustico e luminoso e via dicendo. Tutti aspetti che, con le caratteristiche di spettacolarità e la richiesta sempre più pressante di garantire “grandi numeri”, risulta difficile governare.
Ci sono delle sperimentazioni positive in questo senso, ovvero l’organizzazione di eventi in cui siano state adottate misure per ridurre l’impatto ambientale: piste da ballo costruite in modo tale che l’energia generata dal movimento delle persone possa alimentare il concerto stesso, piantumazione di nuovi alberi per compensare le emissioni di CO2 generate, donazioni ad associazioni ambientaliste di parte del ricavato, utilizzo di packaging sostenibile e molte altre che hanno già permesso di ridurre notevolmente l’impatto di queste iniziative[1].
Ieri sera però, l’alternativa più convincente me l’ha fornita un piccolo-grande gruppo di ragazzi e ragazze squattrinati. Una banda di bambini, così si definiscono i Tamango. Gruppo di giovani musicisti piemontesi che in effetti con la categoria dei bambini condivide molte caratteristiche. Sono originali, liberi, dinoccolati, spontanei, divertenti ed imperfetti ed il loro concerto è l’esperienza più creativa e strampalata a cui abbia assistito negli ultimi anni. Ed è stato bellissimo.
Nonostante si possa pensare che definire il loro un “tour negli stadi” sia solo una trovata di marketing (e magari lo è), la scelta di organizzare i concerti in quei campi da calcio di provincia o di quartiere, è la prima grande scelta veramente sostenibile che abbiano fatto. Un luogo piccolo, spettinato, scomodo da raggiungere, senza molti servizi, così ce lo hanno presentato, chiedendoci: ci state o vi chiamate fuori?
E per fortuna ci siamo state e questo è un breve elenco randomico (non c’è altro modo di raccontarlo, se non in disordine) delle cose che abbiamo potuto apprezzare:
È stato favorito il raggiungimento dello “stadio” con i mezzi pubblici, spiegando chiaramente le modalità di arrivo con autobus e metro oppure con mezzi sostenibili in condivisione anche attivando una scontistica convenzionata – È stato chiesto di utilizzare il qr code digitale invece di stampare il biglietto – Il numero di persone presenti era ridotto (circa 2000), dipeso certo anche dall’ancora poca notorietà degli artisti; ma non mi sorprenderebbe se fosse una scelta che verrà reiterata anche in futuro – È stata posta l’attenzione a garantire il rispetto reciproco tra i partecipanti, diffondendo regole sulla non discriminazione ed incentivando ad aiutare gli altri in caso di necessità – Erano presenti due soli soggetti ad erogare cibo e bevande, ma con più scelta che in molti altri eventi e a prezzi più contenuti – Per il merchandising solo pezzi acquistati usati e poi personalizzati artigianalmente con simboli e scritte connessi al tour – Il palco? Lo stretto necessario per quanto riguarda il service, mentre le scenografie e gli oggetti di scena sono stati demandati all’autocostruzione e al riciclo.
Il risultato è stato quello di un’esperienza splendidamente caotica: musica, poesia, danza e teatro mischiati con la creatività e la tenerezza dei bambini.
A tratti ci hanno ricordato quando si allestiva uno spettacolo domestico per i propri genitori usando lenzuola, costumi da grandi, bastoni, scatoloni e carta crespa (sì, c’erano veramente). Per un momento siamo state le sorelle March che mettono in scena una rappresentazione per il loro vicino, quello successivo eravamo con Marinetti nel teatro futurista, senza mai veramente lasciare quel campo di borgata.
A partire dal “timbro” dell’ingresso, un simbolo fatto con un pennarello sulla mano, siamo entrate in una realtà diversa, composta dalla varietà e dalla libertà delle persone presenti e cadenzata dalle performance degli artisti, tutte talmente diverse tra loro che definirli in un genere sarebbe ridicolo.
Ed ecco l’ultima caratteristica rilevante: i Tamango sono una molteplicità di persone che stanno costituendo un fenomeno dove ciascuno di loro viene valorizzato e lasciato libero di esprimersi, senza né prevaricare gli altri, né relegarsi in una cornice già costruita: dove la voce di ciascuno contribuisce a formare un coro.
E così mi è parso di capire un po’ meglio questa nuova generazione, la spesso criticata gen Z, che fa del disordine, della disobbedienza, dell’unicità e dell’imperfezione, un vanto.
E questi bambini lo fanno benissimo.
[1] https://it.euronews.com/cultura/2023/06/05/coldplay-un-tour-eco-friendly-rock-e-sostenibilita-per-salvare-il-pianeta
